I Libri

Kumbhaka Pranayama

ALLE ORIGINI DEL RESPIRO

Di Mario Umberto Verri
192 pag. – Brossura
Anno 2010
Sovera Edizioni – Roma

L’opera è un lungo viaggio attraverso i campi sottili dell’essere, verso le origini profonde del respiro, strumento potente di evoluzione e cambiamento nell’esercizio dello Yoga. Il percorso è progressivo e muove dai versetti dell’antico saggio Swatmarama Yogindra (XIV sec. D.C.), che nella sua Hathapradipika illustra le tecniche della “disciplina del soffio”.
L’analisi tocca vari livelli, da quello letterale a quello simbolico, da quello esoterico a quello puramente spirituale, e mira ad evidenziare non solo tutti i benefici psico-fisici della pratica, ma anche a suscitare una reale comprensione interiore, un’armonia che porti nell’equilibrio ad una esistenza individuale rinnovata.
Il ricchissimo corredo di annotazioni permette inoltre un raffronto ampio con tutti i principali testi classici dello Yoga, per la riscoperta di tracce remote di conoscenza e per rispondere a tutte le esigenze dello studioso addentro alla disciplina.

PREMESSA

In questo secondo lavoro sull’opera della Hathapradipika, il viaggio che Shri Swatmarama ci fa compiere riguarda il Pranayama.
La profonda riflessione che il nostro cuore ci indica, è una comprensione autentica della disciplina del “soffio”. Questo ramo peculiare della scienza Yoga deve essere investigato con somma perizia, onde accedere realmente alla sua dimensione ultima, che è, in definitiva, la conquista della padronanza effettiva del soffio, capace di portarci alla radice del nostro essere.
Nella presentazione del nostro precedente lavoro sulla Hathapradipika, centrato soprattutto sugli asana (Le posizioni classiche dello Yoga, Roma 2000), abbiamo ripercorso, per sommi capi, una minima traccia storica dello Yoga praticato nel secolo scorso e percepito l’atmosfera che si respirava.
Ci dobbiamo domandare se oggi si è esteso e migliorato il nostro studio e la nostra pratica dello Yoga. Nell’osservare obiettivamente la galassia delle Scuole Yoga italiane, unitamente al panorama editoriale, constatiamo un apparente approfondimento delle pratiche e della cultura Yoga senza peraltro “possedere” realmente il messaggio e l’obiettivo che la disciplina ci pone davanti. Il fine dello Yoga è semplicemente il cambiamento, la trasformazione radicale del nostro essere. Spassionatamente osserviamo che l’odierna ricerca è volta per lo più all’ottenimento di un “certo” benessere, mentre un ampliamento degli studi sullo Yoga rimane, ad essere buoni, ad un livello medio di profondità.
Che cosa occorre fare?
È del tutto ovvio che bisogna “capire” con il cuore gli Insegnamenti degli antichi Rishi, la cui Tradizione autentica, con la conseguente pratica, si serve ed è basata sullo studio reale ed effettivo della lingua sanscrita. Questo è l’argomento che cerchiamo di svolgere in questo testo.
Il sanscrito è la lingua degli antichi veggenti dell’India, una lingua i cui termini hanno diversi e funzionali significati, per cui ogni singola parola deve essere intesa nella sua unicità e in rapporto all’intera frase in cui è inserita.
L’antico popolo che elaborò la Scienza dello Yoga, aveva insita in sé stesso la visione dell’uno nel tutto e la applicò, si può dire, in ogni campo. È questo il messaggio fondamentale che gli antichi Rishi hanno voluto tramandare alle generazioni future ed è così che va intesa la disciplina Yoga, la cui pratica va approfondita ogni giorno, in rapporto all’intera Vita e va ampliata in sé stessi per meglio relazionarsi con tutta l’umanità.

Mario U. Verri
Roma, febbraio 2010

INTRODUZIONE

Il Sistema Hatha
La Hathapradipika, La Chiara Lanterna dello Hatha Yoga, è opera di Swatmarama Yogindra, discepolo di Sahajananda, del lignaggio di Sopana, fratello minore del famoso santo Jnaneswara, dello stato del Maharashtra.
Questo testo è divenuto fonte di ispirazione per molti autori che scrissero in seguito altre opere come la Hatharatnavali di Shrinivasa, la Hathasanketacandrika di Sundaradeva, laHathatattvakaumudi sempre di Sundaradeva, lo Yogacintamani di Shivananda Saraswati e loJogapradipaka di Jayatarama.
Altri testi importanti, sempre citati insieme alla Hathapradipika, sono la Gheranda Samhita del saggio Gheranda, la Shiva Samhita di autore anonimo e le Yoga-upanishad. Queste opere sono e saranno usate in modo comparativo. Nel tempo abbiamo avuto accesso ad altre due opere veramente interessanti:
Vasishtha Samhita del saggio Vasishtha;
Ashtanga Yoga del saggio Caranadasa.
Lo Hatha Yoga enunciato da Swatmarama, si compone precisamente di sei elementi:
Shat-karma
Asana
Pranayama
Mudra
Nadanusandhana
Kundalini-prabodham

Il termine Hatha è formato da due sillabe-seme: HA che significa “Sole o energia vitale calda” e THA, che significa “Luna o energia vitale fredda”, perciò lo Hatha è l’Unione nella sushumna delle due correnti energetiche della forza vitale o Prana, circolanti nel corpo sottile o Sukshma-sharira.

Vediamo di comprendere meglio.

Sukshma-sharira
È il “corpo sottile”, costituito da Nadi, Prana, Cakra, Granthi, Bindu, Adhara, Kundalini, ecc.
È il ponte tra lo Sthula-sharira, il corpo fisico e il Purusha o Drashtri, il Testimone Silente.

Nadi
Sono “flussi” di energia. In numero di 72.000 nell’intero corpo, ma vengono citate le tre più importanti:
Ida a sinistra del corpo,
Pingala a destra,
Sushumna nel sentiero di mezzo.

Prana
Pra = Prima; Na = Unità – Per cui, La Prima Unità della Vita, il Soffio Vitale. Il Prana si divide in dieci soffi, cinque principali e cinque secondari. L’utilizzo del Prana è alla base del testo, tramite la Scienza del Pranayama o dei Kumbhaka.

Cakra
Organizzazioni circolari dell’energia, sono in numero di sette principali, situati lungo e “dentro” la colonna vertebrale.

Bindu
Punto, goccia. Nei Tantra tale termine denota uno stato contratto dell’energia creatrice divina. Si divide in Bindu superiore (nel cervello) e Bindu inferiore situato nel Muladhara-cakra, secondo le Yoga-upanishad.

Adhara
Letteralmente “Supporti”. Sono, secondo la HP III, 72:
Alluci, Caviglie, Ginocchia, Cosce, Perineo, Organo genitale, Ombelico, Centro del Cuore, Collo, Gola, Lingua, Naso, Punto tra le Sopracciglia, Fronte, Margine superiore della Fronte, Sommità della Testa.
Abbiamo riportato tali “Supporti” descritti nella HP in numero di sedici. Per un’utile comparazione, vedi i Punti vitali o Marman riportati nella Vasishtha Samhita, in numero di diciotto, nonché quelli riportati nella Shandilya-upanishad. Per uno studio profondo degli Adhara, vedi Siddha Siddhanta Paddhati (Ed. Lonavla Institute).

Kanda
“Bulbo” – Organo da cui hanno origine tutte le Nadi, situato tra l’ano e i genitali. Fa eccezione la sushumna da cui però è attraversato da parte a parte.

Nada
Punto di suono irradiante energia. È la forma più sottile dello Shabda-brahman, è la prima fonte prodotta dei Mantra. Ha varie connotazioni.

Kundalini
La Shakti individuale o Potenza di Shiva, energia primordiale che riposa nel primo cakra, il muladhara situato alla base della colonna vertebrale. Shiva rappresenta la Pura Consapevolezza Trascendente, risiedente a sua volta nel sahasrara, cakra posto alla sommità della testa.

Sapta-sadhana
“Settuplice disciplina” – Pratica yogica che, secondo la Gheranda S., comprende e porta alla conquista di:

 

Shodhana Purificazione tramite Shat-karma
Dridhata Solidità, forza tramite Asana
Sthairya Stabilità tramite Mudra
Dhairya Calma tramite Pratyahara
Laghava Leggerezza tramite Pranayama
Pratyaksha Percezione tramite Dhyana
Nirlipti Isolamento tramite Samadhi

La conclusione, ovvia e profonda, di questa introduzione è che le pratiche dello Hatha Yoga mirano ad uno sviluppo reale dell’essere umano e che esse poggiano, prima di tutto, sugli Shat-karma o Sei Atti di Purificazione, che costituiscono la base per gli esercizi superiori del Pranayama.

Al tempo di Swatmarama Suri, lo Hatha teneva conto sia della conoscenza propria dello Yoga, che di quella inerente all’Ayurveda, la medicina tradizionale degli Hindu. L’interscambio tra le due discipline era intenso, profondo e soprattutto naturale. La risultante di queste due discipline era una Scienza completa, immensa e articolata il cui fine era, ed è, lo sviluppo totale delle capacità latenti dell’uomo, in una parola il Raja Yoga o il Samadhi.
Quanto siano utili, al giorno d’oggi, le Discipline dello Hatha e dell’Ayurveda lo si evince da considerazioni lampanti, a voler usare dei termini semplici.
L’uomo di oggi è “malato” nel corpo e nella mente. Parte della medicina odierna tende a m a n t e n e r e il suo corpo in uno stato costante di malattia, più o meno leggera, a cui contribuisce, non poco, il sistema lobbystico della cosiddetta “sanità”. È malato nella mente dato che non è ancorato ad un “Asse Spirituale” vitale o reale. E così la considerazione che ne segue è che le discipline suddette possono contribuire enormemente al ripristino di una salute totale nell’uomo di oggi, una salute che gli spetta quale diritto profondo di nascita all’Esistenza. L’uomo odierno non immagina, neanche lontanamente, cosa voglia dire un Essere in salute totale, vale a dire un individuo che esprime una pienezza di vita corporea, mentale e spirituale. Siamo stati abituati, troppo e costantemente, alla nozione di “malattia” e ad essere bisognosi/dipendenti di medici, psicologi e sacerdoti, allontanandoci e alienandoci dalla pienezza della Vita Tutta a tal punto che rimaniamo come mendicanti a supplicare un poco di energia da altre supposte autorità, invece di riprendere in mano tutta la nostra esistenza, risvegliare appieno le nostre capacità e incedere finalmente come persone regali, se non divine, sulla faccia della Terra!
La sintesi profonda dello Hatha e dell’Ayurveda, operata da Shri Swatmarama Suri, è un dono reale e profondo per l’uomo di ogni tempo, ma soprattutto per l’uomo odierno, affinché riprenda finalmente e pienamente a vivere da Adulto e da Essere Compiuto!

 

 

 

Hathapradipika

 

Dvitiyopadeshah

 

II Insegnamento

 

 

1) ATHASANE DRIDHE YOGI VASHI HITAMITASHANAH
GURUPADISHTAMARGENA PRANAYAMAN SAMABHYASET
1) E ora, una volta che alcuni asana siano stati saldamente acquisiti, lo yogin padrone di sé, osservando una dieta salutare e moderata, si dedicherà al Pranayama secondo gli insegnamenti del Maestro.

 

Bhashya (Commento)
Questo shloka (versetto) inizia con il famoso termine “Atha – Ora” da noi già trattato esaurientemente in diverse occasioni.
“Ora” si apre un nuovo scenario dato da:
1) Atha – Ora, Adesso, Dunque, Perciò. Termine che viene usato per introdurre argomenti veramente importanti. La parola deve essere studiata per intraprendere, per proporre una direzione o una guida o riceverla – “Ora” è Adesso, è il Presente.
2) Asana – Posizione stabile – L’asana prepara adeguatamente il sadhaka per una pratica dello Yoga più avanzata.
3) Dridhe – Fermezza, stabilità, solidità, forza, immobilità totale.
4) Vashin – Padrone di sé, che ha autorità – Denota il controllo dei sensi.
5) Mitahara – Dieta equilibrata.
6) Pranayama – Pratica respiratoria per controllare ed espandere il Prana – Il livello di concentrazione richiesto è “maggiore” rispetto alla pratica degli asana.
7) Samabhyaset – Pratica interiore, costante ed equilibrata.
8) Guru – Maestro della Hatha Vidya.

 

Tutto ciò che trasmette il presente shloka si può dire sia semplicemente ovvio, eppure incredibile. Lo yogin dopo aver praticato e trasceso gli asana, si trova ad essere già padrone di tutte le qualità dette e quindi si inoltra in campi di energia infiniti da scoprire e dominare compiutamente.
Tali campi di energia sono dati dal “Prana” o “Shakti”, uno dei due poli della manifestazione che, letteralmente significa “Pra” = Prima e “Na” = Unità. Per una comprensione maggiore, “pra” significa anteriore, esistere precedentemente e indipendentemente; “ana” è una forma abbreviata di “anna”, che significa cellula; un atomo e anche la molecola sono detti “anu”. Ogni forma di vita è composta di atomi, molecole o cellule, cioè un insieme definito “ana”.
Allora Prana indica “ciò che esisteva prima di ogni vita atomica o cellulare ed è entrato nell’essere”.
Infine, Prana viene dalla radice verbale An = respirare e animare.
Il sadhaka entrato perciò nella Hatha Vidya incontra le prime unità della Vita e, tramite il controllo o “ayama” di queste ultime potrà realizzare la Consapevolezza che è rappresentata dall’altro polo della manifestazione o Shiva.
I due, essendo in realtà Uno, portano infine a Parama-Shiva, l’Oltre.

 

COMPRENSIONE DI PRANAYAMA
Il Pranayama è una tecnica antica quanto l’asana, anche se nel corso del tempo le varie tecniche hanno subito delle evoluzioni.
Esso consiste nel controllo del respiro, per poter controllare il pensiero.
Cominciamo con il sottolineare l’importanza del respiro nella nostra vita: esso è un processo ovvio, nasciamo ed abbiamo il primo respiro, moriamo ed esaliamo l’ultimo.
La vita, quindi, è respiro o “processo vitale”.
I bambini respirano liberamente e naturalmente, in seguito le esperienze traumatiche, l’imitazione, l’applicazione di suggerimenti errati, li conduce a modificare erroneamente il loro respiro cronicizzando alcuni disturbi e varie difficoltà.
Il respiro è simile ad una grande ruota di un meccanismo che governa processi molto sottili; influisce sui ritmi corporei, emotivi e mentali, è lo strumento che regola tensioni e stato emotivo.
Nello Yoga la respirazione è l’aggancio tra mente e corpo. Respirazioni, posizioni e pensieri sono interconnessi e si influenzano reciprocamente.
La respirazione regola il comportamento e influenza lo stato emotivo (ci sono tuttora degli studi in corso), in particolare agisce sul sistema nervoso autonomo (nervo vago) e sulla produzione di adrenalina ed altri ormoni.
Anche gli studi di Lowen, che si occupa di bioenergetica, hanno ulteriormente avvalorato l’importanza del respiro: “il respiro crea la sensazione e le persone hanno la paura di sentire. L’irritabilità, la tensione, l’ansia, sono frutto anche di una respirazione non corretta. Il respiro è un ponte tra il conscio e l’inconscio”.
Le emozioni tracciano un disegno di respirazione (si può osservare il tratto irregolare o disturbato), per esempio nella depressione notiamo una lunga espirazione e una pausa, per ovviare a questo si può respirare con il diaframma che ingenera la calma.
Lowen ha anche osservato che persone che vivono in situazioni di stress (guidare autobus, pilotare aerei, investire in borsa, carrierismi spinti, ecc.), hanno un respiro piccolo, superficiale e trattenuto.
Le persone nevrotiche non sono capaci di svuotare i polmoni, trattengono l’aria come forma di sicurezza.
Respirare è un’azione passiva. Ma l’espirazione completa è arrendersi, lasciarsi andare.
I depressi e gli asmatici respirano con la narice sinistra, gli ansiosi o gli irrequieti con la narice destra. Se si è spaventati il respiro è più veloce, se si è calmi si fa più lento.
Si è osservato che il 60% delle persone ospedalizzate soffrono di iperventilazione cronica o ipocondria isterica, i sintomi sono mal di testa, vertigini, dolori al torace, panico, stanchezza, disturbi emotivi.
Non ci sono cause fisiche a questa sindrome, ma un errato rapporto tra carbonio ed ossigeno. La guarigione si è avuta iniziando ad usare la respirazione diaframmatica e cambiando i tempi tra l’inspirazione e l’espirazione.
Le persone hanno diversi modi di respirare:
Inspirano lentamente ed espirano rapidamente;
Eseguono il contrario;
Respirano con la bocca;
Fermano il respiro ad un certo punto;
ecc.
Il respiro è dunque come la calligrafia, è molto personale, e visto che influenza il nostro comportamento e quindi il modo di pensare, può essere modificato sia nella frequenzadell’inspirazione e dell’espirazione che nella regolarità del flusso, nella durata della pausa e nella utilizzazione di entrambe le narici.
Quindi, osserviamo del nostro modo di respirare:
La frequenza respiratoria;
La regolarità;
Il grado di pausa dopo la respirazione;
La narice predominante che cambia durante il giorno;
La forza dell’espirazione;
Il modo in cui l’aria fluisce dalle narici.

 

Secondo Shri Patanjali, il pranayama è considerato la tecnica più importante per raggiungere
CITTA VRITTI NIRODHAH.
Vediamo, quindi, ciò che afferma Maharishi Patanjali a proposito di quanto descritto, e per questo scomponiamo la parola nelle due parti che la compongono:
PRANA = energia, RESPIRAZIONE;
AYAMA = ESPANSIONE, CONTROLLO.
Alcune definizioni:
Entità cosmica.
Processo vitale.
Respiro o aria.
Impulso di respirazione.
Sensazione o impulso nervoso.
Possiamo considerare le ultime tre definizioni veramente corrette.

 

Effetti del Pranayama
Secondo la tradizione abbiamo:
Snellezza del corpo, lucentezza della pelle, sensazione di leggerezza;
Aumento del fuoco gastrico e buona salute;
Ascolto del suono o Nada e risveglio di Kundalini;
Stato di felicità.

 

Effetti fisiologici
Lo Yoga moderno e scientifico evidenzia questi altri effetti:
Influenza favorevolmente il flusso arterioso/venoso;
Migliora l’efficienza respiratoria;
Massaggia dolcemente il cuore;
Aumenta la qualità e la quantità dell’apporto di sangue a tutti i nervi e a tutte le ghiandole, assicurandone un ottimo stato di salute;
Apporta una elevata pressione nel canale centrale della spina dorsale e nelle circonvoluzioni del cervello, le quali stimolano principalmente e centralmente l’intero sistema nervoso e aiutano la consapevolezza umana ad essere interiorizzata con aumento della percezione extrasensoriale;
Corregge le aritmie viscerali di tutti gli organi interni.

 

Preparazione al Pranayama
Vediamo ora come ci si prepara al pranayama seguendo un giusto criterio:
Prima praticare gli asana;
Quindi, assumere una stabile e confortevole posizione;
Purificazione con gli Shat-karma (gli eccessi di umore vanno rimossi) o recitazione dei Bija-mantra (così come descritto nella Gheranda S.);
Eseguire la tecnica correttamente.

La razionalità del pranayama è data da questa equazione:
Respiro attivo = Mente attiva.
Respiro trattenuto = Mente inattiva.
A questa condizione si può praticare lo Yoga, e con il controllo del respiro si va oltre i desideri dell’Ego.

1) Sutra Intuitivo
Dridhe
Vashin pranayama.
Un Loka!

 

Note Complementari (D’ora in avanti N.C.)
Cf. Gh. S. V, 1 – Ora esporrò le esatte norme del pranayama, con la cui sola pratica l’uomo diviene simile a un dio.
V, 2 – Per prima cosa si badi al luogo, poi al tempo, indi alla dieta e infine, alla purificazione delle nadi, dopo di che si pratichi il pranayama.
Cf. S.S. III, 19 – Una volta apprese le prescrizioni dello Yoga e una volta trovato un maestro esperto in materia, lo yogin pratichi lo Yoga con devozione e fede, attenendosi al modo indicato dal maestro.
III, 20 – Si ritiri in una bella cella, si accomodi su di un sedile in posizione padmasana e pratichi il controllo del respiro.
Cf. Yogatattva-upanishad 35 – (…) lo yogin distenderà per terra un tappeto, una pelle d’antilope o una lettiera d’erba; ivi s’assiderà assumendo la Positura del Loto e cercherà di disciplinare i suoi soffi.
Cf. Dhyânabindu-up. 69 – Congiungendo le mani come per la preghiera, atteggiando stabilmente le gambe nella Positura del Loto, premendo con forza il mento sul petto, fissando il pensiero suQuello, facendo ripetutamente salire in sé l’aria inspirata, liberando poi il soffio dopo averlo trattenuto appieno, lo yogin, in forza dell’Energia attorcigliata, giunge al risveglio totale!
Cf. Yogakuņdalini-up. I, 19 – Riferirò brevemente sul controllo del soffio. Il soffio principale (prana) è un impulso che percorre il corpo e lo si controlla (ayama) con la ritenzione o Kumbhaka.
Cf. Kshurika-up. (M) 2-5 – Perciò scelga lo yogin un luogo silenzioso e vi prenda dimora; assunta una positura, ritragga in sé i sensi, come la tartaruga fa con le membra, e racchiuda così la mente nel cuore. Con lo yoga delle dodici misure e l’uso della sillaba OM riempia d’aria, gradualmente, tutto l’essere suo. Serrate le porte del suo corpo, vi rattenga l’aria inspirata, poi l’espiri, a poco a poco, verso l’alto, dalle narici. Avendo domato i sensi, ormai padrone di se stesso, pratichi la disciplina del soffio.
Cf. Hamsa-up. (M) 6 – Lo yogin, innanzi tutto, assume la Positura del Loto e rattiene il soffio inspirato.
Cf. Amritanada-up. (M) 17 – Per praticare Yoga scelga l’adepto sagace un luogo ameno e comodo sul cui suolo distende un tappeto d’erba darbha; circondatosi d’una protezione mentale e recitando il carro e il circolo si siede, di faccia al nord, nella Positura del Loto, o della Grazia, o della Benedizione, e inspira aria con una sola narice, turandosi l’altra con un dito.
Cf. Yogacudamany-up. – La conoscenza del soffio (prana-vidya) è la somma dottrina. Chi lo sa conosce i Veda.
L’adepto, assunta la posizione del loto, salutando il maestro e Shiva, pratichi da solo il controllo del soffio, con gli occhi fissi alla punta del naso.
Cf. Trishikhibrahmanop. – Dopo aver assunta una piena padronanza grazie ai controlli e alle discipline (yama-niyama) ed alle posizioni ed avendo purificato le arterie invisibili (nadi) si dovrebbe praticare il controllo del respiro.
Raggiunto un luogo romito, fornito di ciò che è utile alla pratica dei vari stadi dell’unione, rinunciato a tutti gli attaccamenti, sopra un sedile di legno largo il doppio dell’altezza e coperto di erbe (darbha,kusha), e della pelle di un’antilope nera e simili, assumendo una posa a piacere, come la propizia (swastika), ci si dovrebbe sedere. Prendendo dapprima la giusta posa, eretti, con la mente all’erta, gli occhi fissi alla punta del naso, le due fila di denti non a contatto, la lingua aderente al palato, la mente a suo agio, senza irritazione, la testa un po’ inclinata, le mani unite nel gesto del raccoglimento (cinmudra)) l’adepto dovrebbe praticare il controllo del respiro secondo le prescrizioni.
Cf. Yogashikhop. I, 89 – Vada ad un luogo romito il praticante, sia parco nel cibo e di mente risoluta e mediti la forma del soffio (prana) e simili, e la verità imperitura massima.
Cf. Shaņdilyop. V – Dapprima rendendo il culto a Vinayaka, poi adorando la divinità prescelta, assumendo la posizione detta, volto a oriente o a settentrione, seduto su un sedile morbido, in una posizione ben padroneggiata, il conoscitore col collo e la testa eretti e lo sguardo volto alla punta del naso, vedendo con gli occhi il disco lunare che piove nettare fra le sopracciglia, inspirando aria…

 

- CONTINUA -

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